Film Documentario Castello di Rivalta

Dopo la “prima” del film/documentario al Castello di Rivalta siamo lieti di pubblicare il nostro lavoro svolto all’ interno della struttura.

Il Castello di Rivalta si trova in provincia di Piacenza ed è un gioiello prezioso della Val Trebbia, una tra le più belle aree paesaggistiche dell’Emilia Romagna. Attualmente proprietà della famiglia dei Conti Zanardi Landi(che risiedono ancora oggi dentro  il castello), è tra i più importanti e interessanti dell’Emilia occidentale. Ai suoi piedi è l’antico Borgo murato di Rivalta, splendidamente conservato.

IL CASTELLO – SALE E AMBIENTI

Il Castello di Rivalta è ricco di testimonianze storiche che è possibile ammirare nelle sale adibite ad area museale con armi antiche e moderne, bandiere, dipinti e oggetti rari.

La visita è guidata (in quanto il castello è privato) comprende: facciata, cortile, salone d’onore, sala da pranzo, cucina, cantina, prigioni, camera verde, camera rossa,area museale (composta da sala armi dedicata alla battaglia di Lepanto, sala delle esplorazioni ed arte sacra ed infine museo delle divise) , galleria con fuga dei salotti e sala del biliardo
L’ampio salone d’onore quattrocentesco con soffitto a cassettoni dipinti, detto anche Sala da Ballo o Salone di Giustizia, era il luogo dove si svolgeva la vita pubblica, si discutevano questioni giuridiche, si esercitava il potere sul contado.

Un camino monumentale in arenaria impreziosisce l’ambiente, lungo 25 metri e dominato dallo stemma della famiglia Landi. La sala da pranzo è in stile Luigi XVI; fu decorata in epoca tardo-neoclassica ed è tuttora utilizzata. Sono presenti alcuni dipinti, diversi utensili appartenuti a epoche passate, piatti inglesi e altri oggetti rari.
La Camera Verde, per gli ospiti illustri, è dotata di un letto in legno intagliato e di comodini risalenti al ’600. Il pregevole quadro con la Madonna, il Bambino e San Giovannino è stato dipinto, verso la fine del ’500, dal pittore parmigiano Girolamo Bedoli Mazzola, cugino del più famoso Parmigianino.

La Camera Rossa o del Falcone è caratterizzata da una volta a crociera e arredata da un letto a baldacchino in damasco rosso. Un dipinto di Francesco Monti, detto il Brescianino, arricchisce la Camera. Il pittore vi raffigurò lo Sbarco di Onorio Scotti a Cipro, episodio di poco antecedente alla battaglia di Lepanto (1571), nella quale gli Scotti da Sarmato, estinti nel 1800 nella famiglia Zanardi Landi, affiancarono le vittoriose navi veneziane armando tre galere. La Camera da letto Blu, per il colore delle tappezzerie, fa parte degli appartamenti privati.

Al pianterreno v’è la settecentesca Sala del Biliardo. Sul soffitto si distende un ovale entro cui sono rappresentati Cerere, dea dell’agricoltura e della fertilità e Bacco, dio dell’ebbrezza. Sopraporta e soffitto sono opera del vogherese Paolo Borroni, ricordato tra l’altro come vincitore del concorso di pittura internazionale bandito dall’Accademia di Parma nel 1771, al quale prese parte anche Goya, che però ottenne solo il secondo premio.
La piccola Cappella di famiglia è decorata con fregi barocchi e caratterizzata dal presepe napoletano. La cosiddetta Sala delle Testine o Biblioteca è rivestita di antiche incisioni, raffiguranti i maggiori pittori italiani ed europei.

Tra gli altri ambienti di particolare interesse, la Galleria, il Salotto Rosso al pianoterra, la Sala della Musica.
Si scende poi negli spazi sotterranei, giungendo alla cantina con il grande torchio da vino di epoca seicentesca e il suo peso in granito. L’ambiente è lungo oltre 30 metri e servì fino al ’400 come scuderia. Il luogo è utilizzato per l’invecchiamento del Gutturnio della Riserva del Conte, che avviene entro botti francesi in rovere. Nelle vicinanze si trovano le Prigioni, cinque anguste celle di rigore, che in casi d’assedio venivano utilizzate per conservare le vettovaglie.

LA TORRE

Alla torre con il torresino si accede grazie a una scala a chiocciola. La prima domina l’intero complesso del castello, la pianura circostante e il greto del fiume. Salendo la scala a chiocciola si incontra una piccola sala con al centro un pozzo: è il “Pozzo del taglio”, così chiamato perché ha sul fondo una serie di lame per la tortura del malcapitato che ivi veniva gettato.

Ma questo, profondo circa 60 metri, veniva utilizzato anche per issare con le carrucole le munizioni per i cannoni e tutto quanto servisse alla difesa del castello in caso di assedio. La torre fu dipinta da Giovanni Paolo Panini in un quadro oggi esposto al Museo Statale di Kassel in Germania.


L’area museale: la sala armi dedicata alla battaglia di Lepanto, il museo delle divise e quello delle esplorazioni ed arte sacra

Lo scalone del ’700 a cui si accede dal cortile del castello porta al piano superiore, dove sono presenti alcuni ambienti adibiti a museo. Nella grande Sala delle Armi sono conservati elmi, armi antiche e moderne e tre bandiere con gli stemmi degli Scotti di Sarmato, issate sui pennoni delle navi cristiane che parteciparono alla Battaglia di Lepanto (1571), in cui i cristiani sconfissero gloriosamente i turchi.
Sulle tre bandiere sono dipinti il leone, personificazione di Venezia, la Madonna con Bambino, protettrice in battaglia, e lo stemma di Casa Scotti affiancato dall’immagine di un pellicano che si lacera il petto con il becco per nutrire i propri piccoli, simbolo della carità eucaristica.

Qui si trovano anche parecchi oggetti esotici raccolti dall’esploratore Ermanno Stradelli, alla fine del secolo scorso in Amazzonia. Stradelli, nato a Borgotaro ma di origine piacentina, vissuto tra il 1852 e il 1925, trascorse ben 43 anni in Amazzonia.

La sala espone inoltre diverse armi, tra cui una raccolta di pugnali, mazze ferrate, piccole pistole da borsetta e un grosso fucile del ’500. Accanto a una mezza armatura che consentiva al cavaliere una certa libertà di movimento, trova posto un’armatura intera, risalente al XVI secolo, pesante circa 40 chili, dotata di particolari spuntoni utili al cavaliere a rialzarsi in caso di caduta.

Vi sono anche preziose monete d’oro e d’argento battute dalla zecca dello Stato Landi ai tempi di Federico Landi, principe di Bardi e Compiano, morto nel 1633.

Ultimo museo è quello del costume militare (contenente novanta divise dagli antichi stati preunitari alla seconda guerra mondiale)

L’ ARCHITETTURA

La planimetria è quadrangolare. Un’elegante torre cilindrica quattrocentesca sovrasta l’intero complesso portando sulla sommità un torresino: torretta di dimensioni minori. Alla seconda metà del ’400 risalgono alcuni degli interventi più profondi sulla sua struttura.
In questo periodo il conte Manfredo Landi riadatta la rocca preesistente in funzione militare, contestualmente allo sviluppo dell’artiglieria. Forse fu l’architetto Solari – noto per aver ristrutturato il Cremlino a Mosca – a occuparsi della ristrutturazione del castello, per renderlo adatto alle nuove esigenze militari una volta entrate in funzione le armi da fuoco.

Il castello viene trasformato anche in una fastosa residenza. L’edificio è ampliato con la costruzione di un palazzo articolato attorno a un elegantissimo cortile. Lo spazio è scandito dall’intervallo irregolare delle colonne del porticato e del loggiato, di cui è stato modificato un lato nel ’700 cambiando l’ordine delle finestre.

Il cortile presenta una decorazione particolarmente ricca che ne accresce la funzione rappresentativa. Vi si trovano fregi in cotto, capitelli, cornici e medaglioni entro i quali si inscrivono i ritratti degli esponenti di Casa Landi e gli stemmi delle famiglie imparentate.
Le ulteriori modifiche intraprese nel 1780 dal marchese Giuseppe Landi rivestono l’edificio dell’eleganza di una villa residenziale. La facciata, del ’700, è definita da elementi neoclassici, come il timpano triangolare, e dalla scritta Svevo sanguine læta (“Allietato dal sangue svevo”), a ricordo del legame stretto nel XIII tra la famiglia Landi e la potente casata imperiale di Svevia.  Allo stesso periodo risale lo scalone che conduce al piano superiore.

Oggi il castello di Rivalta è divenuto una sontuosa residenza che annovera tra gli ospiti i componenti della famiglia reale d’Inghilterra nelle loro visite in Italia. Attualmente si compone di circa cinquanta ambienti: una parte aperta al pubblico e una destinata ad abitazione privata.

LA STORIA

Il nome Rivalta ha la sua origine nell’antichissima Ripa Alta, nelle cui vicinanze si sarebbe combattuta, nel 218 a.C., la battaglia sul Trebbia fra le truppe cartaginesi di Annibale e le legioni romane. Dopo la caduta dell’Impero Romano, il territorio di Rivalta diviene forse arimannia longobarda e quindi caposaldo franco. Le prime notizie certe sull’esistenza del castello risalgono a un atto d’acquisto del 1025.
Nel 1048 l’Imperatore Enrico III ne dona una parte al monastero di San Savino di Piacenza, retto da monaci benedettini; trent’anni dopo anche il resto del complesso passa al monastero. Poi nel XII secolo Rivalta è sotto la giurisdizione della famiglia Malaspina.

All’inizio del Duecento il castello appartiene alla famiglia dei Ripalta. Nel corso del secolo, Stato Pontificio e Impero si contendono feudi e città. Nel 1255 Oberto Pallavicino, podestà di Piacenza e ghibellino, ordina la distruzione di Rivalta. In quest’epoca, signore del Borgo e del feudo è Obizzo Landi, che lo aveva acquistato dai Ripalta. Da quel momento ad oggi, il castello è sempre appartenuto – con brevi interruzioni – alla famiglia Landi, seppure di rami differenti.

Obizzo Landi è inizialmente in rapporti di amicizia con Galeazzo Visconti, ma nel 1322 la situazione muta radicalmente. Secondo una leggenda ripresa alla fine dell’Ottocento da Luigi Marzolini nel romanzo Bianchina Landi, ossia la cacciata di Galeazzo Visconti da Piacenza: Racconto storico del secolo 14, non furono ragioni politiche quelle che indussero Obizzo Landi a schierarsi contro Galeazzo Visconti.

Infatti quest’ultimo, innamoratosi di Bianchina, la bellissima moglie di Obizzo, aveva cercato di sedurla invitandola al suo palazzo, ma lei, donna saggia e fedele, rivelò ogni cosa al marito il quale non esitò a schierarsi contro l’amico traditore. Galeazzo allora, offeso e umiliato, riunito un possente esercito assedia le mura del Castello di Rivalta. Dopo undici estenuanti settimane, gli assediati sono costretti alla resa. Obizzo fugge verso Asti dove, messo da parte l’orgoglio ghibellino, si offre come condottiero delle truppe del cardinale Bertrando del Poggetto, che mira a conquistare Piacenza.

Nel 1322 entra trionfante in città, sopraffacendo e scacciando Galeazzo Visconti; viene così eletto rettore di Piacenza dal cardinale. Morirà poi nel 1328. Obizzo e Bianchina ebbero tre figli. Il più giovane morì in un’imboscata, perciò il castello passa alle due sorelle e ai rispettivi mariti Pietro Zanardi Landi e Galvano Landi. Questi si contesero a lungo l’eredità, finché non ne divenne proprietario Galvano III Landi. La rivalità tra i due dà origine alla leggenda del fantasma del castello, poiché la vicenda terminò con un assassinio.

Nel 1412 Filippo Maria Visconti, Duca di Milano, conferma a Manfredo Landi l’investitura del feudo di Rivalta con il titolo di conte.
Nel 1515 Re Luigi XII di Francia, allora Duca di Milano, concede a Corrado Landi la facoltà di tenere, a vantaggio delle popolazioni locali, il mercato a Rivalta che accresce sensibilmente lo sviluppo del Borgo.

Nel 1682, con l’estinzione del ramo principesco dei Landi, questi devono cedere a Ranuccio II Farnese i feudi di Bardi e Compiano e poco dopo rinunciare anche ai diritti per il controllo sulle acque del Trebbia, ottenendo in cambio il meno redditizio marchesato di Gambaro nella Val Nure. Tra gli altri fatti bellici che interessano la località, si ricorda l’assedio del 1636 da parte di 6.000 spagnoli, agli ordini del generale Gil De Has. Rivalta viene saccheggiata anche dai soldati tedeschi del generale Berenklau nel 1746, e ancora nel 1799 dai francesi del generale napoleonico Mac Donald.

Nel 1808, con la morte del marchese Giuseppe Landi si estingue il ramo dei Landi conti di Rivalta e marchesi di Gambaro. Il castello passa ai Landi conti delle Caselle, marchesi di Chiavenna. Nel 1895 il Castello e il Borgo vengono acquistati dal conte Carlo Zanardi Landi di Veano, discendente di Pietro Zanardi Landi, uno dei contendenti nelle liti di divisione nel XIV secolo.

Ai conti Zanardi Landi, attuali proprietari del castello, si devono il restauro sistematico e la valorizzazione del complesso.

Report fotografico

La città sommersa di Risa e i misteri di Capo Peloro

Capo Peloro è terra di antichi dei, di mostri marini, di templi e città perdute. Lo stesso nome “Peloro” significa in greco “mostruoso, gigantesco, immane”, anche se, a guardarlo oggi, Capo Peloro sembra solo una tranquilla lingua di sabbia. In ogni caso, secondo i miti dei nostri predecessori, proprio a Capo Peloro viveva la dea Pelorias, una ninfa delle acque e della costa il cui nome deriva da quello del promontorio.

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Pelorias era uno spirito della natura che abitava tra i “pantani” del capo, raffigurata nelle antiche monete di Messina come una donna dai capelli intrecciati di canne e rose di palude. Essa era forse una personificazione di Gaia Pelore, ovvero la Grande Madre Terra dei Greci, la stessa divinità che diede a Crono la falce (zankle) con cui egli evirò il proprio padre. Era quindi una sorta di gigantessa primordiale, che incarnava il principio più selvaggio e inumano della natura. Ma essa era anche, nelle immagini mutevoli del mito, una bella e amabile ninfa, capace di fare innamorare di sé principi e guerrieri.

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Pelorias era la “Signora delle Paludi”, poiché aveva la sua dimora tra gli acquitrini della punta nord di Messina. Le numerose monete su cui appare raffigurano anche delfini e tridenti, conchiglie e mitili, tutti simboli ad essa legati. Uno di questi disegni è invece misterioso: una sorta di quadrato di linee incrociate, al centro del quale è raffigurata una conchiglia. Mai spiegato con certezza, secondo alcuni studiosi esso ricorda il tempio segreto della dea, nascosto tra i canneti dei pantani. Tra le varie conchiglie associate alla dea c’era anche la pinna nobilis, una specie di cozza gigante (“peloria” appunto) considerata preziosissima dagli antichi.

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Dai filamenti di questo mitile, si tesseva infatti una pregiata tela chiamata “bisso”, degna di re e principesse e commerciata in tutto il mediterraneo. La Pinna nobilis fu a sua volta portata nei nostri laghi dai Fenici, che prima dell’arrivo dei Greci, qui la coltivavano, lavoravano e ne vendevano il ricavato.

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Forse, quando si aggirava tra le acque torbide di Capo Peloro, la Signora delle Paludi portava indosso una veste di bisso, che risplendeva come il sole.

 

Chi conosce la punta dello Stretto di Messina e il Capo Peloro, una delle cuspidi della Sicilia, sa dei due Laghi o “Pantani” che vi si trovano, collegati al mare da diversi canali. Minore è il numero di coloro che sanno che tra di essi vi è una zona chiamata Margi, “la Palude” e che essa un tempo fosse un Terzo Lago.

Il Terzo Lago di Capo Peloro era noto ai viaggiatori, agli esploratori e ai naturalisti greci da tre millenni. Le fonti antiche dicono che esso fosse consacrato ad una divinità a noi oggi sconosciuta, che qualcosa ingoiasse tutto quello che vi veniva immerso, che il solo toccare le acque o immergervi il braccio portasse alla perdita delle dita o dell’arto. E questo era un monstrum, un portento sovrannaturale.

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C’era un Mostro nascosto nel profondo, un Dio Ignoto.

Nel corso dei secoli, il lago andò interrandosi, divenendo una Palude. L’aria era malsana, i vapori esiziali, la gente si ammalava e moriva dei suoi miasmi, ma il Dio Ignoto era perduto, dimenticato, assopito.

Nel 1783 il potente terremoto che squassò Messina liberò di nuovo il Mostro: i veleni che esalavano dal profondo ripresero a diffondersi come nel lontano passato, mentre, simile ad una piaga biblica, le rane si moltiplicavano a dismisura e infestavano le rive.

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La situazione divenne insostenibile. La palude venne definitivamente bonificata e oggi su di essa sorgono campi, canneti e qualche villetta.

Tutto, in superficie, sembra tranquillo. Ma nei due laghi adiacenti, è ancora presente qualcosa che di tanto in tanto ne avvelena le acque e causa fenomeni di moria collettiva in questi ecosistemi.

Qualcosa che giace ancora qui, sotto la superficie, nel profondo, dove non arriva l’ossigeno. Qualcosa con una natura diversa da quella degli altri esseri viventi del pianeta, che si nutre di zolfo come i demoni delle leggende e produce esalazioni acide e velenose.

Qualcosa che non può morire e può attendere in eterno.

Il Mostro della Palude.

O, semplicemente, un batterio unico al mondo, il Desulfovibrio Desulfuricans.

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Gli studiosi compiono ancora oggi ricerche su questo organismo rarissimo e ben diffuso in questi laghi costieri, capace di avviare reazioni chimiche straordinarie.

Sono gli effetti di questo batterio che gli antichi riportavano come i prodigi che avvenivano in questi laghi?

 

A Capo Peloro, tra le lagune perdute della contrada Margi, sorgevano nel mondo antico l’Ara e il Tempio di un Dio.

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Esiodo, la più antica fonte greca esistente, dice che il Tempio era stato costruito dal dio Orione, quindi per i Greci esso si ergeva già a Capo Peloro prima della fondazione di Zankle ed emergeva da un oscuro passato leggendario, perso nelle pieghe del tempo.

Forse fu eretto dai Fenici, che abitavano i Laghi di Capo Peloro prima dell’arrivo dei Greci. Forse da popoli ancora più antichi, ancestrali e dimenticati.

Chi sia il Dio, che Cosa sia, non è dato saperlo. Una divinità del Mare e delle Profondità, ma anche un essere terribile legato alle paludi, agli acquitrini, al luogo mefitico e sulfureo dove sorgeva il suo Tempio, infestato da una forma di vita aberrante e unica nel suo genere, in grado di causare per secoli miasmi, avvelenamenti, malaria e morie di animali e uomini.

Era forse Pelorias, la Dea della Palude, dai capelli intrecciati di canne e rampicanti? Era Artemide Dictynna, dalle tre forme, mostruosa Dea dei promontori? Era Diana, adorata nei bui recessi presso l’attuale Chiesa di Grotte? Era Poseidone, il terribile Dio del mare e dei terremoti, patrono di Messina nel bene e nel male?

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In ogni caso il Dio Ignoto non era certo benevolo, se, come raccontano gli antichi, chiunque toccasse le acque del suo lago perdeva la mano e se i cristiani, invece di trasformare il Tempio in una Chiesa come nella maggior parte dei casi, preferirono abbattere “l’Abominazione dell’Idolo e dell’Altare” e abbandonare l’area al saccheggio di antiquari e muratori.

Nell’Ottocento, un viaggiatore raccontò di aver sentito presso la contrada Margi, nel silenzio tremolante del giorno, una melodia sconosciuta di flauto arrivare da chissà dove.

Qualche anno fa, un moderno archeologo, nella vana cerca dei resti del Tempio, ricorda di aver provato uno strano senso di disagio e paura, che lo spingono a non ritornarvi mai più.

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Il Dio Ignoto è ancora nel suo Regno, al centro delle paludi perdute di Capo Peloro.

Perché non è morto ciò che in eterno può attendere.

 

 

 

Resti della Real Cittadella spagnola (1679)

Anche nel periodo dedicato alle ferie il gruppo IdP Melegnano trae spunto per ritagliare del tempo alla scoperta di luoghi non solo misteriosi ma anche storici.

Di seguito riporto storia e tradizioni della ormai città perduta denominata Real Cittadella – Messina

La cittadella fu costruita nell’ambito del potenziamento delle difese da parte del governo spagnolo.   

La Sicilia continuava a costituire un punto strategico all’interno dello scenario politico-militare e si rese necessario proteggerla in maniera adeguata: le nuove strutture difensive dovevano essere in grado di contrastare in primis attacchi nemici, ma anche eventuali ribellioni nella città; Messina in particolare occupava un posto di primo piano in questo programma di potenziamento.
L’incarico di costruire la Cittadella venne affidato dal Vicerè fiammingo Principe di Ligne a Carlo de Grunembergh nel 1679, appena dopo il ritorno degli spagnoli a Messina; i lavori procedettero speditamente e già nel 1682 erano praticamente terminati. Fu definita in duplice modo: “eterno freno dei malcontenti” dai sostenitori borbonici e “infame” dal popolo messinese. Riconosciuta come simbolo della dinastia borbonica, riuscì a sopravvivere oltre l’Unità d’Italia fra continue richieste di demolizione. Solo dopo il terremoto del 1908 venne in parte rasa al suolo.
La Cittadella, una delle fortezze più importanti del Mediterraneo, fu concepita per integrare le altre fortificazioni di epoca rinascimentale, infatti mancava una fortezza indipendente dalla città e in grado di coprire la zona tradizionalmente più vulnerabile agli attacchi dallo Stretto; in particolare Forte Gonzaga era troppo distante dal mare, e Rocca Guefonia era addirittura inglobata nelle mura.

Grunembergh adottò una pianta pentagonale con baluardi a punta di freccia e inserì la struttura alla radice della zona falcata, in modo da poterla isolare dalla terraferma mediante l’uso di canali che sfruttavano le maree e le correnti dello Stretto. La struttura era rinforzata da falsebraghe, rivellini e controguardie; più di cento cannoniere presidiavano l’intero perimetro (che misurava circa 3,5km!!) consentendo una difesa pressochè completa e una copertura di tiro in tutte le direzioni.
Come già accennato, questa colossale macchina da guerra svolgeva la duplice funzione di difesa dagli attacchi lato mare , ma costituiva anche un metodo di repressione delle ribellioni in città come nel caso della rivolta antispagnola del 1848, quando sia i cannoni della Cittadella che quelli delle navi tirarono sulla città per sedare i rivoltosi. Fra l’altro questo episodio valse al Re Ferdinando II il poco invidiabile nomignolo di “Re Bomba”, coniato spregiativamente dai filo-sabaudi.

Di questa controversa opera, al contrario di quanto si possa pensare, ne esistono ancora circa 3/5, la maggior parte dei quali risulta interrata; sono visibili brandelli di mura perimetrali e ampi locali interni, oltre a due dei cinque baluardi originari: i bastioni  S.Diego e S.Stefano. Alle demolizione è scampata Porta Grazia, una monumentale porta che è stata smontata e ricomposta presso piazza Casa Pia, dove è ridotta a mero elemento di arredo urbano!