L’ invisibile si mostra…

Nell’ anno 2012 nel mese di Febbraio il gruppo IdP Melegnano si è recato presso un castello in Emilia Romagna. Durante la notturna è stata effettuata una fotografia sul mastio che ha riservato una sorpresa sensazionale in post elaborazione.

 

La foto è stata scattata dall socio Lia Rossi tramite una compatta Ir, la Easypix ( Lens: F/3.2 f = 5.235mm – Resolution: 12 MP: 4032×3024, 5 MP: 2592×1944, 3 MP: 2048×1536, 1.3 MP: 1280×960 – effective range of night vision mode: 2 meters Monochrome – Focus range: macro 20cm, 1.2m ~ infinity Normal, Night Vision 1.2 m – infinite ).

Durante la salita della scalinata la stessa ha percepito la presenza di qualcuno alle sue spalle e credendo ci fosse un membro del gruppo partecipante all’ indagine e non vedendo nessuno ha deciso di effettuare lo scatto.

La foto che viene immortalata dalla fotocamera è impressionante.

Riportiamo di seguito la foto e l’elaborazione effettuata da un professionista nel campo fotografico : Antonio Maria Dettori.

( Biografia : nato nel 1978, si occupa di fotografia dall’età di 6 anni,dal 1999 si interessa di fotografia nel campo del non visibile e nella ricerca e classificazione di fenomenologie paranormali, dal 2002 al 2006 collabora nel campo della ricerca con il gruppo speleologico cavità Cagliaritane del giornalista Marcello Polastri, dal 2006 si occupa dello studio fotografico di extra ripresi in monofrequenze) .

L’ ANALISI

Sull’immagine che mi hai inviato, puoi notare un’esaltazione al massimo della definizione in cui si evidenzia una figura antropomorfa, semi curva, di cui si possono distinguere gambe, tronco e testa….le gambe hanno dei punti di assorbimento di frequenza IR, in particolare sulla rotula destra (gamba sinistra per chi guarda l’immagine), il tronco, in parziale formazione, sembra evidenziare la presenza di costole, mentre per la testa, si distingue la forma netta di un cranio. La figura ripresa presenta una sua tridimensionalità ,una dimensione proporzionata al contesto in cui è stata ripresa e appare in procinto di spingersi nella direzione di chi ha scattato.

 Il filtraggio SMF rileva i punti di pixel puri con maggior riflessione IR, si può notare che la figura emette in alcuni zone una colorazione rossa molto simile ai punti di maggior emissione rilevati dalla presenza dei led IR ai lati dell’immagine.

Il filtraggio RXD rileva i punti di assorbimento IR in monobanda, si può notare come la figura risalti da ogni filtraggio. La figura, ripresa in infrarosso, si presenta coerente con le fattezze antropologiche umane,quel che sconcerta  rimane il fatto che si presenti in alcune zone in forma scheletrica, a mio giudizio un’immagine altamente significativa nel campo della ricerca.

 

Nella stessa location avevamo effettuato un pre sopralluogo per valutare e capire quale strumentazione si doveva adoperare durante la notturna e in quale stanze posizionarle. In una in particolare la sensitiva Morena Volpi in forza allo staff soffermatasi in una stanza in particolare aveva chiesto alla nostra socia Rossana Somenzi di scattare una foto alla porta di fronte. La foto è stata scattata con la stessa fotocamera di Lia Rossi, Easypix.

Anche questo scatto risulterà in post elaborazione uno scatto sensazionale.

Riportiamo di seguito l’analisi di Antonio Maria Dettori:

 

Dopo l’esaltazione emerge una forma relativa ad un piccolo volto, successivamente evidenziato in dettaglio, si notano delle fattezze umane che emergono dallo scuro del fondo, un volto che sembra assorbire frequenza IR.

Nei filtraggi MF e RXC potrai notare lo stacco dei pixel a emissione IR, e il dettaglio del volto formatosi.
Anche questo, come il precedente scatto risulta di notevole interesse per la ricerca e lo studio del luogo in cui è stato ripreso.
Sperando di esserti stato utile, ti porgo i miei più cordiali saluti.
 Antonio Maria Dettori.
Non voglio aggiungere altro alle foto che state guardando.
A voi l’ interpretazione e la lettura delle stesse.
Angelo Adam Cannella
Presidente Fondatore IdP Melegnano

La Villa sulla collina

Nei giorni 18, 19  e 20 gennaio, il gruppo si è recato presso una villa settecentesca, situata nella provincia di Bologna, ma questa volta non si è limitato ad effettuare il sopralluogo presso la struttura, ma ha messo in atto un progetto, unitamente a William Facchinetti Kerdudo ed il gruppo dei Teses, con la collaborazione di Artemisia Agosti.

Il progetto consiste nella registrazione di un documentario atto al montaggio di una puntata 0 da proporre alle produzioni televisive italiane e non, contenente le informazioni del luogo e gli interventi dei due gruppi presenti all’evento e di Artemisia Agosti Medium Psichica, con la presentazione di William Facchinetti Kerdudo e Rossana Somenzi.

Il Gruppo dell’Idp era composto da: Angelo Adam Cannella (Presidente con le funzioni di organizzatore del sopralluogo), Silvio Scardino (Vice-Presidente, nonché cameraman per le riprese del documentario), Rossana Semenzi (membro del gruppo e giornalista addetta alle interviste), Giuseppe Acunzo (membro del gruppo, ingegnere audio, addetto alle analisi), Leea Rossi (membro del gruppo, addetta alle registrazioni EVP) ed Eva Rebecchi (membro del gruppo, addetta alle foto).

Il Gruppo dei Teses era formato da: Luigi Bavagnoli, Serena Oneda e Stefania Piccoli.

 Arriviamo venerdì 18/1, insieme a William, organizzatore della parte riguardante le riprese e iniziamo subito un primo colloquio con i proprietari del posto, apprendendo così gli interessanti fenomeni intervenuti nel luogo.

Il nostro lavoro continua quindi con la predisposizione degli strumenti necessari alle riprese video e audio ed, inspiegabilmente, la strumentazione ci pianta in asso, costringendoci a fare le ore piccole per le riparazioni richieste.

La notte viene passata nei soliti sacchi a pelo, tra rumori e scricchiolii, sveglia al mattino del sabato col canto del gallo, per girare le prime riprese ed attendere l’arrivo dei Teses, dei quali si seguirà l’intervento nel pozzo all’ interno della struttura situato nelle cantina., alla ricerca di quei segni anticipati dai proprietari e narrati dalla leggenda.

Il pozzo profondo una settantina di metri ha visto impegnati i Teses per circa 5 ore che al suo interno hanno effettuato misurazioni e studi del settore.

Il sopralluogo viene quindi effettuato nella tarda nottata del sabato, con la partecipazione di Artemisia Agosti, che rivela preziose informazioni storiche della struttura confermate dai proprietari, presenti all’intervento.

L’operato del gruppo termina intorno alle 7 del mattino di domenica.

L’analisi del materiale raccolto ha riportato delle anomalie davvero importanti.

I risultati ottenuti saranno presentati nel documentario a data da destinarsi.

Buronzo – Documentario di indagine

Sabato/Domenica 24 novembre il gruppo IdP di Melegnano si è recato presso una struttura del 1700 dove a detta dei vecchi proprietari ci sarebbero delle anomalie all’ interno di una stanza sita al primo piano dello stabile.

Il gruppo decide di effettuare non solo un indagine ma anche un documentario che comprovi l’ operato professionale dello stesso.

L’ organizzazione dell’ evento tenuto al Ristorante Armonie in corte con la collaborazione dell’ Ass. Città del Riso grazie alle sig.ra Anna Corrado che ha messo a disposizione i locali dello stabile settecentesco e Marco Reis che ha fatto da tramite per la mobilitazione del gruppo.

A seguire il video documentario di indagine effettuato dagli IdP di Melegnano che riassume in poco meno di trenta minuti l’ operato dei ricercatori.

Buona Visione

Il ” Buso ” e la dama bianca al castello di Agazzano

Sabato 6 ottobre 2012 il gruppo di ricerca IdP di Melegnano – Indagatori del Paranormale hanno effettuato un sopralluogo in notturna e contemporaneamente un documentario dell’ indagine svolta.

Prossimamente troverete le foto, i video e il documentario del nostro intervento avvenuto nella rocca e nel castello di Agazzano.

Riportiamo la storia delle due strutture :

Rocca  e Castello sono il caposaldo del borgo più importante della vallata, antica proprietà (secolo XIII) degli Scotti, che ancora oggi, con la  principessa Luisa Gonzaga Anguissola Scotti, ne detengono il dominio. La Rocca, accessibile attraverso due rampe opposte di scale, si affaccia su un cortile di grande suggestione e rappresenta una felice sintesi tra l’austerità dell’architettura difensiva medievale e l’eleganza della dimora signorile del Rinascimento. Il castello, riadattato alla fine del Settecento in tranquilla dimora nobiliare, è arredato con mobili d’epoca e custodisce al suo interno eleganti decorazioni pittoriche e preziosi affreschi.

La Rocca e il castello di Agazzano sono ancora oggi di proprietà privata e appartengono alla stessa famiglia (che nel corso dei secoli è stata soggetto di ampliamenti) dalle origini  e cioè dalla fine  del  1200.  Risalgono a questo periodo le documentazioni relative a Giovanni Scoto grande possidente terriero che fece di Agazzano il centro delle sue proprietà.

La famiglia Scotti (da Scoto) manterrà il dominio su Agazzano fino alla meta del 1700 quando Ranuccio Scotti lascia come eredi tre figlie femmine. La primogenita Margherita Maria, cui andrà  il castello, si unisce in matrimonio con Girolamo Anguissola da Podenzano e, da questo momento la famiglia, Scotti prenderà il nome di Anguissola Scotti. A testimonianza dell’unione delle due famiglie abbiamo la fusione nello stesso stemma di elementi dello stemma Scotti (le stelle) con l’elemento dell’anguilla derivante dallo stemma Anguissola.

Attualmente il proprietario è il principe Corrado Gonzaga figlio di Luisa Anguissola Scotti che si era unita in matrimonio con il principe Ferrante Gonzaga. La famiglia Gonzaga si era già imparentata con gli Scotti alla fine del 1400 quando Giovanni Scotti sposa Luigia Gonzaga Da Novellara. Ancora oggi all’interno della Rocca si ritrovano accanto agli stemmi Scotti anche gli stemmi Gonzaga (la cui caratteristica è un ‘aquila).

La particolarità di questo bellissimo complesso architettonico risiede nella sua costituzione. Accanto a una rocca nata nel 1200 con funzione prettamente militare ( torri angolari rotonde, ponte levatoio, mastio con rivellino) e dotata nel 1475 di un bellissimo loggiato voluto da Luigia Gonzaga, troviamo una villa settecentesca che in origine era il borgo della Rocca.  I saloni della villa sono decorati alle pareti con bellissime tempere a e arredati con mobili che vanno dal 1600 al 1800 . Di notevole pregio le bellissime ceramiche e porcellane . Anche il giardino con il taglio alla francese e munito di statue e fontana nasce alla fine del 1700; al suo disegno ha partecipato anche Luigi Villoresi che è stato direttore del Parco della villa reale di Monza.

Nata come fortezza difensiva, la Rocca di Agazzano, fonda le sue origini nel 1200 e  si arricchisce nel 1475  di un bellissimo  loggiato che ne  addolcisce l’aspetto militare. La pianta è di tipo rettangolare con torri rotonde e rivellino. All’interno, oltre al loggiato con colonne in arenaria dai capitelli stemmati, si trovano ampi saloni, gli appartamenti privati con i camini dell’epoca, cucine e alloggiamenti militari. La struttura rappresenta un felice connubio tra l’austerità dell’architettura medioevale e l’eleganza della dimora signorile del Rinascimento. La Rocca è circondata da un ampio giardino alla francese che si sviluppa su due livelli. La presenza di statue, fontane e piante esotiche contribuisce al fascino di un luogo perduto nel tempo passato. Adiacente alla fortezza militare si erige la villa settecentesca, sorta sull’antico borgo, con affreschi e un caratteristico cortile con porticato. L’appartenenza del Castello di Agazzano a un’unica famiglia fin dalle origini e il mantenimento della struttura nei suoi aspetti medioevali e rinascimentali fanno di questa proprietà un suggestivo e raro esempio di storia , tradizioni e cultura.

 

IL FANTASMA

La storia del castello è segnata dalla  tragica  e misteriosa morte di Pier Maria Scotti  detto il Buso ( abile spadaccino che ogni volta che colpiva una vittima con la spada lasciava il “buco”) che fu ucciso da Astorre Visconti nel 1529 in una locanda sita in Agazzano.  Il suo corpo gettato nel fossato  che anticamente circondava la Rocca. Nonostante questa certezza storica il cadavere di Pier Maria Scotti non è mai stato ritrovato e  la sua presenza si  sente ancora oggi tra le mura del castello e nel giardino. Porte che si aprono misteriosamente, luci che rimangono accesi, vetri trovati nelle stanze e di cui non si sa la provenienza. Sono stati compiuti diversi sopraluoghi da parte di associazioni esperte di fantasmi che hanno rilevato tracce di presenze ultraterrene. Strani avvenimenti si sono succeduti nel tempo e si è tenuti a credere che Pier Maria Scotti che amava moltissimo Piacenza e il piacentino non abbia voluto allontanarsi completamente da questi luoghi E’ importante ricordare che tornò appositamente dalle Americhe per riconquistare la posizione che credeva gli spettasse nella città di Piacenza e nei territori appartenenti agli Scotti. Il carattere di questo condottiero si caratterizzava per la tenacia, la cattiveria ma anche il coraggio.   Il suo errore fu quello di occupare il castello per prenderne il bottino e imporne il dominio non avvisando l’alleato Visconti… che come abbiamo visto non ne rimase molto contento. A questo personaggio è stato dedicato anche un romanzo.

CONTINUA…

 

Pianoro, tra presenze e fatti inspiegabili…

Sabato 22 Settembre 2012, la partenza per Pianoro ( BO ) è fissata per le 14.30, il primo gruppo composto da Angelo Cannella, Eva Rebecchi, Lia Rossi, Serena D’Agostino arriva a casa di Betta alle 17.30 e come iter comincia l’ analisi degli ambienti e l’ installazione delle attrezzature che serviranno durante l’ intervento che vedrà il gruppo impegnato per tutta la notte.

Il secondo gruppo composto da Silvio Scardino, Rossana Somenzi e Matt arrivano alle ore 20.30, e dopo aver mandato giù un boccone si può cominciare il briefing del sopralluogo.

Si effettua in primis un intervista alla proprietaria di casa ( Betta ) che riportiamo di seguito.

Alle ore 23.07 comincia la nostra indagine che è stata trasmessa in streaming sul canale IdP di UstreamTv, e che ha visto partecipe parecchie persone interessate al nostro sopralluogo, e alla metodologia di ricerca.

Il tutto parte dai piani alti della casa, dove la testimonianza di Serena parla di una figura femminile che dovrebbe ricondurre alla nonna di Betta ma anche ad una figura di bambina che accompagnerebbe l’ apparizaione dell’anziana donna defunta.

Queste figure, che poi si scopriranno essere tre dalla nostra sensitiva, sono state confermate dalla stessa padrona di casa che non aveva raccontato la storia per non suggestionare e condizionare la sensibilità della nostra collaboratrice.

Sempre quest’ ultima si sofferma in varie camere dell’abitazione e con lei parte dello staff intento a carpire con l’ ausilio delle strumentazioni eventuali anomalie dell’ ambiente circostante.

Non vi sono campi elettromagnetici rilevanti nella struttura ( escludiamo quelli della sala dove vi erano le attrezzature ) ma l’ unica anomalia la si riscontra solo sul rilevatore di vibrazioni che sembrerebbe segnalare delle anomalie nelle camere come risposta alle domande di Serena.

 

L’ intervento fino alle 01.00 non aveva riservato particolari colpi di scena, a parte i racconti e le segnalazioni della sensitiva sempre e comunque professionale nello svolgimento dell’ indagine.

Dopo una piccola sosta di ristoro, il gruppo passa al piano inferiore, dove a detta della padrona di casa, sul tavolo ligneo si era manifestato un’ inspiegabile evento.

Nei giorni precedenti al nostro intervento un foglietto lasciato sullo stesso tavolo e contenente alcune scritte riportate dalla “Betta” come promemoria di vari oggetti prima della partenza per le ferie estive ha riservato una sorpresa.                                          Una scritta non sua, senza alcun motivo, sarebbe stata scritta  sul medesimo mentre la proprietaria non era in casa.

Premettendo che la stessa vive da sola non sappiamo dare una razionale spiegazione all’ evento ed ovviamente dobbiamo fidarci della buona fede di “Betta”.Abbiamo però confrontato la scritta trovata con varie lettere e scritte in possesso della proprietaria per poter eseguire una “grossolana” comparazione calligrafica e ci siamo accorti che la calligrafia del foglietto trovato sul tavolo ha delle similitudini con la scrittura del padre defunto.

Non possiamo certo affermare che la  “presenza” all’ interno della casa, che avrebbe ipoteticamente scritto sul foglio, sia del papà della “Betta” , ma possiamo dire che le similitudini sono evidenti e ci riserviamo di dare il nostro giudizio.

Per scrupolo faremo analizzare la foto in nostro possesso ad un perito che saprà chiarirci le idee in merito.

Durante la nostra permanenza in taverna, intorno alle 02.00, un nostro collaboratore ha vissuto un’ esperienza che non vogliamo riportare noi ma che preferiamo far raccontare direttamente a lui.

Di seguito copieremo la sua testimonianza che c’è pervenuta tramite mail.

“La notte tra il 22 e il 23 Settembre del 2012 ero con il gruppo IDP a fare un sopralluogo in una casa privata, non facendo parte del gruppo come socio volevo lo stesso rendermi utile facendo foto con una macchina fotografica prestatami da loro.

Quindi, tutta sera, spesso da solo, ho fotografato le camere della casa e i ragazzi mentre lavoravano.
Erano chiaramente tutti presi perché era la prima volta che eseguivano un indagine in streaming, ma io non ero particolarmente agitato, ero sereno e tranquillo.
Per iniziare ho deciso di seguire le ragazze al piano superiore dove ho fatto scatti delle camere da letto e degli altri ambienti, continuavo ad essere rilassato, tant è che da solo mi aggiravo nella casa al buio con in mano solo una piccola torcia.
Avremo passato una buona oretta al piano superiore e poco dopo, le ragazze hanno scelto di prendersi una piccola pausa prima di passare al piano inferiore, nonché la tavernetta.
Continuavo a non preoccuparmi del fatto che fossimo totalmente al buio e ad interessarmi di come procedevano le indagini.Sembrava andasse tutto per il verso giusto, tant’ è che una volta scesi in taverna ho azzardato anche lì a girare nella sala facendo le mie solite foto.
Mentre le ragazze parlavano intorno al grande tavolo , ho scelto di addentrarmi appena nella camera, dovre avrebbe poi dormito la proprietaria la sera stessa, ma non del tutto solo sulla soglia.
Appena giunto lì, mi sono accorto che la batteria della fotocamera mi stava mollando, cosa molto strana visto che poco prima era carica al massimo.
Mi si è acceso un campanello d’ allarme, all’ improvviso la batteria si scarica del tutto e la temperatura si abbassa, ho pensato, “ora chiedo alla mia ragazza (che è socia dell’ IDP) il K2” (un rilevatore di campi elettromagnetici) perché sapevo che questi tipi di eventi possono farci capire che potrebbe esserci un “entità” che cerca di palesarsi.
Mi sentivo strano.
In tutto questo tempo sarannno passati meno di 2min, faccio per girarmi e chiedere il K2 che di fronte a me, in quel piccolo spazio di sala che divide la camera da letto, con lo sgabuzzino ed il resto della taverna, si manifesta una donna.
Una donna giovane, alta circa 1,65 sui 20 anni o poco più, con un caschetto di capelli neri, lisci, un abito chiaramente bianco, antico (in stile imperiale per intenderci) con una fascia scura appena sotto al petto.
La cosa che più mi ha impressionato sono stati i suoi occhi totalmente neri.
E lei era lì, a pochi centimetri da me che mi fissava, seria.
Tutto questo è successo in un battito di ciglia.
Istintivamente mi sono girato verso la sala, dove sapevo che c’ erano tutti, penso di aver attraversato questa “entità”, perché appena dopo il mio scatto ho dovuto accasciarmi vicino al camino per i forti brividi di freddo.
Cosa ancora più strana erano gli occhi che mi bruciavano intensamente.
Ero distintamente sotto shock, ma “lei” la ricordo ancora benissimo. Tant è che fino ad oggi (24 Settembre) non ho smesso di pensare a ciò che mi è successo.
Non capisco come possa essere accaduto, è un evento talmente raro, poi, perché a me? in fin dei conti ero tranquillo quella sera, non mi aspettavo nulla.
La cosa assurda, è che in principio tutti hanno capito (probabilmente anche per colpa mia visto lo stato in cui ero) che l’ “entità” si era palesata in camera, invece “lei” si è manifestata all interno della taverna a meno di un metro da alcune ragazze del gruppo.
Trovo tutto ancora inspiegabile, per un pò eviterò di presentarmi alle indagini nonostante gli IDP siano persone ospitali e disponibili con tutti, ma questo evento è stato davvero troppo intenso per me”.
Non sappiamo dare una spiegazione all’evento nè possiamo effettuare delle valutazioni in quanto nessuno dei presenti nella stanza ha vissuto l’esperienza

Riponiamo molta fiducia nella figura di Matt, sempre professionale e poco suggestionabile, sempre razionale agli eventi di questa natura ma soprattutto sincero.

Abbiamo sicuramente potuto constatare che la “paura” nei suoi occhi era autentica così come il suo stare male nei minuti successivi l’accaduto e diamo per valida la sua personale esperienza anche se non documentabile.

 

Riportiamo gli attimi dopo l’accaduto.

Il nostro intervento ultimato alle ore 04.00 ci ha lasciati parecchio perplessi e con molte domande in merito.

Abbiamo passato all’ interno delle stanze la restante parte della notte per riposare e alle 09.00 del 23 dopo aver sistemato tutta la strumentazione ci siamo avviati per il rientro.

La seconda fase del nostro intervento ci vedrà impegnati nelle analisi audio effettuate all’ interno dell’ abitazione.

Se ci saranno nuove vi terremo informati.

 

 

IdP a Pianoro in streaming

Sabato 22 Settembre il gruppo di ricerca a carattere parapsicologico si recherà a Pianoro,un comune alle porte di Bologna  sito sull’ Appennino Tosco Emiliano sulla Strada della Futa che porta a Firenze.

L’ indagine si svolgerà presso una abitazione privata, dove, a detta della signora che ha contattato gli IdP accadono fenomeni ” paranormali “.

Lo staff indagherà per valutare e capire cosa accade all’ interno dell’ abitazione che sembra essere di recente costruzione e che si sviluppa su 3 piani.

Dalle fonti ” alquanto attendibili ” sembrerebbe che all’ interno della location accadano dei fenomeni di autodistruzione degli oggetti ( es. lampadine che esplodono senza un motivo ancora non capito da parte dei residenti ) oltre che la sensazione di una presenza              ” invisibile ” che si aggira per la casa.

Ultima e non ultima una scritta trovata su di un foglio posto su di un tavolo dove inspiegabilmente sarebbe apparsa senza che nessuno la scrivesse la parola ” sempre “.

La matita che sembrerebbe aver scritto la parola sarebbe improvvisamente caduta dal tavolo al rientro a casa della proprietaria. La stessa afferma che all’ interno della struttura non vi era nessuno.

Indagheremo per capirne di più in merito ai fatti che ci sono stati riportati.

 

CAV – Tra raps,poltergeist e voci metafoniche

Presenti all’ intervento : Angelo Adam Cannella – Lia Rossi – Eva Rebecchi – Lillo Mattia Mascagni – Carla Pellegrini  – i gestori Federica e Monica

 

 

Nelle giornate del 01 e 2 settembre ’12 il gruppo di ricerca IdP si reca su segnalazione dei proprietari  presso una struttura di addestramento situata sulle colline che sovrastano Varano dè Melegari  ( PR ) a quota 1000 mt sul livello del mare.

La segnalazione parla di fenomeni poltergeist e raps all’ interno del centro ma anche di strane voci femminili  provenienti sia dall’ interno che dall’ esterno del fabbricato.

Giunti a destinazione il gruppo si trova davanti ad una vera e propria stazione di addestramento a carattere civile e militare, fornita di tiro a volo, unità cinofile per la ricerca di mine esplosive e altre attività inerenti nel  settore.

La struttura è composta da diversi container prefabbricati che creano al suo interno sia camerate per il pernottamento che aule e uffici atti all’ insegnamento e al briefing.

Il nostro intervento comincia intorno alle ore 23.00 dopo aver cablato e preparato l’attrezzatura per la nostra notturna.

Il posto ci riserva subito delle strane anomalie che a differenza di altri luoghi non vede in prima linea interferenze di elettrosmog ambientale bensì qualcosa di più tangibile sia a carattere uditivo che visivo.

La gran parte dell’ indagine viene svolta in esterna nel perimetro del centro dove accadono le anomalie più evidenti.

Di fatti oltre alla visione di presunte sagome nere che sembrano correre a poche decine di metri dalla struttura a velocità sostenuta ( non umana ) si contano circa 6 tonfi provenienti dalla vegetazione bassa e 2 dal tetto in lamiera coibentata, molto forti, non attribuibili ad animali per la loro forma sonora ma più ad oggetti solidi scagliati.

La particolarità dell’ evento e l’analisi visiva del tetto da parte del gruppo porta subito all’ inspiegabilità ( fino ad’ ora documentata ) del fenomeno in quanto sul tetto del prefabbricato ( non spiovente ) non vi erano alcuni oggetti di nessuna natura riconducibili al rumore.

Poltergeist – Ripresa audio interno struttura – Corpo solido tetto

 

La seconda anomalia è riscontrata sempre in esterna dove una voce non riconosciuta tra quelle dei presenti  è stata catturata dal registratore digitale di Lia Rossi.

Effettuata una rapida massimizzazione e pulitura “grezza” dal noise del file audio si ode una voce di una donna.

Non riportiamo il contenuto del messaggio da noi percepito per non influenzare chi ascolterà il file e lasceremo alla libera interpretazione l’ utente che vorrà analizzarne il contenuto.

EVP esterno CAV

 

 La terza anomalia riscontrata dallo staff è rilevata su di una batteria acustica tenuta all’ interno di una stanza adibita a dormitorio utilizzata da uno dei proprietari della struttura.

La stessa monitorata da una telecamera infrarossi e da un registratore digitale HD, mentre tutti i ragazzi presenti all’ intervento si trovavano in esterna , ha riprodotto distintamente un suono metallico riconducibile ad uno dei piatti costituenti la batteria stessa e la vibrazione scandita ( come se percossa volontariamente e ritmicamente )del rullante.

( Le registrazioni video saranno analizzate in slow motion )

Poltergeist – Ripresa audio interno struttura – Batteria nella stanza


Ultima stranezza riscontrata dagli unici 3 soci dello staff che hanno deciso di rimanere a dormire all’ interno del CAV è stata quella di udire alle ore 4.15 am dei colpi provenienti dall’ interno della struttura come dei pugni o comunque percussioni sui muri molto pronunciati durati circa 2 min a fasi alterne.

Alle ore 10.30 am lo staff IdP lascia Varano dè Melegari per rientrare a Melegnano.

Nella giornata stessa partono le analisi dei dati acquisiti che vedono impegnati i tecnici del gruppo nello studio e l’elaborazione del materiale raccolto.

Presto pubblicheremo i risultati studiati di questa particolare esperienza  che ci ha riservato delle anomalie molto interessanti.

Inoltre è già stato concordato con i proprietari della struttura un prossimo intervento a breve termine.

Particolare ringraziamento ai gestori del CAV Federica e Monica.

 

 

Il Presidente

Angelo Cannella

 

” Medeghino ” stiamo tornando…

Nel mese di Settembre 2012 gli Idp torneranno al Castello Mediceo per effettuare delle rilevazioni a carattere audio e supportati dal Teses continueranno la ricerca speleo-archeologica per riportare alla luce la camera segreta posta sotto la cappella.

 Riassunto precedente :

Il castello di Melegnano ha una pianta a forma di U, si presenta con una struttura laterizia compatta e chiude con la sua monumentalità la piazza della Vittoria.  La sua posizione, dal 1300 fin verso il 1950, era salvaguardata da prati e giardini, perchè l’estremità meridionale di Melegnano, luogo del castello, era aperta ai campi e non ancora occupata dalle costruzioni alte e frequenti di quello che oggi si chiama Rione Giardino.
In origine presentava pianta quadrilatera, come era nel tipo dei castelli dei Visconti: quattro corpi di fabbrica dotati di quattro torri che serravano all’interno un ampio cortile.  Oggi i corpi di fabbrica sono tre: la facciata, il lato est e il lato ovest, e rimangono due massicce torri agli angoli che hanno i lati di circa 10 metri.  Tutta la facciata ha una lunghezza di metri 75.
L’unico corpo fabbrica che ci è giunto intero è quello che guarda la piazza e che rappresenta la facciata.  Il lato di fondo, dunque, è tutto mancante, ma certamente esisteva e fu atterrato nella settimana dal 1° al 6 marzo 1449 da Francesco Sforza, quando colpì con le macchine da guerra e atterrò due torri e le mura che erano tra le due torri.  L’intera costruzione è sviluppata su due piani. La facciata, austera, prospiciente la piazza Vittoria, è interrotta da finestrelle quadrate al piano terreno e da grandi finestroni rettangolari al primo piano. Gli ampi finestroni sono testimonianza del passaggio, dopo il 1532, da fortezza a palazzo signorile.  In alto sotto il tetto sono visibili ancora le merlature di tipo guelfo.  Oggi è ancora visibile parte del fossato che circondava il castello, un fossato molto profondo originariamente e in comunicazione con il fiume Lambro. Oggi la fossa è parzialmente scomparsa per la terra che vi è stata buttata dentro ricavandola dagli scavi per le fondamenta delle case melegnanesi. Nelle diverse mappe la fossa è ricordata come fossa Medici, ed è rimasta la denominazione ad un’osteria collocata nella parte sinistra della facciata, chiamata osteria della fossa.  Nelle raffigurazioni più vecchie del castello appare anche, nella sua integrità, il rivellino, come avamposto offensivo e difensivo.  Oggi è ridotto a due pareti con segni di feritoie e buche per cannoni.  Il ponte, una volta era originariamente levatolo, è stato tolto e le sue tracce sono scomparse.  Attraverso il ponte in muratura – che una volta, come abbiamo detto, era levatoio – si accede al monumentale ingresso costituito da un imponente grosso arco fregiato in cotto.  Il cortile interno è diviso in tre parti ed è circondato su due lati da un porticato sostenuto da archi a tutto sesto e ricoperto da un bugnato. Il portico interno della facciata centrale conserva, sotto le arcate, i segni di abitazioni o di locali di servizio. Il portico dell’ala est, con tredici arcate e l’inizio di un’altra, era usato per le stalle ed i depositi del fieno per le cavalcature.  Il terzo lato interno, oggi nascosto da un muro divisorio, presenta archi ciechi anch’essi decorati con bugnato.  Guardando attentamente le attuali finestre si notano le tracce dei finestroni originari ribassati e aperti in corrispondenza simmetrica nella parte superiore a ogni arcata, per dare luce all’interno delle sale e dei saloni.  Alle sale superiori si arriva mediante due scale. Una è lo scalone che inizia a destra subito dopo il grande arco centrale di accesso: è formato da scaglioni di mattoni disposti a spina di pesce separati da cordoni di sasso, è così disposto per permettere la salita anche con i cavalli, per questo si chiama anche scala cavallara. La seconda scala più piccola si apre da sotto il lungo porticato ed è una scala con le pareti tutte affrescate.  Oggi il castello si presenta come la risultante di molti interventi per adattamenti, riparazioni, aggiunte e per i vari lavori che sono stati compiuti.

L’origine di questo castello è da riportarsi alla crescente potenza della famiglia Visconti, signori di Milano: nel 1243 il podestà di Milano, Cattellano Carbone, responsabile della difesa della città e della campagna circostante, ordinò la costruzione di una fortezza in Melegnano. Questa fortezza venne chiamata con il nome di ”receptum”, un vocabolo che identifica un luogo dove si potessero raccogliere cose e persone, sia per difendersi che per attaccare. La fortezza fu chiamata anche con il nome di “motta”, che significa rialzo di terra formato appositamente nella pianura e munito di fosse, bastioni e torrette (Galvano Fiamma “Manipolus florum 1243: ”Isto anno receptum de Melegnano factum fuit”.  La necessità della costruzione di una fortezza a Melegnano era sorta per contrastare le offese che Federico II°, nipote di Barbarossa, portava continuamente contro Milano, attaccando dalla parte del Ticino e da quella dell’Adda. Entro questo territorio Milano dovette sostenere uno sforzo assai grande negli anni 1244-1245, ma alla fine i Milanesi riuscirono vittoriosi così che Federico II° rinunciò alla conquista della Lombardia.

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I VISCONTI
Dopo gli anni della signoria milanese della famiglia dei Torriani che governarono dal 1259 al 1277, ebbe il potere Ottone Visconti nella duplice carica di arcivescovo e di capo del governo. Egli volle accanto a sé un suo nipote, Matteo, come valido collaboratore e finalmente come suo successore nel governo l’anno 1289.  Matteo con un’accorta politica divenne signore anche di Novara, Mortara, Vercelli, Vigevano e strinse patti di amicizia e di alleanza con le città di Brescia, Cremona, Piacenza, Pavia, Tortona, Genova, Alessandria, Asti. Tuttavia il suo dominio non fu senza contrasti procurati da ribelli e da perturbatori dell’equilibrio politico, ma alla fine Matteo potè essere riconosciuto pieno signore di Milano e anche vicario imperiale, cioè rappresentante dell’imperatore per la città di Milano e per tutto il territorio rurale circostante, dove tra l’altro vi era anche Melegnano.  Matteo Visconti morì l’anno 1322. Ebbe cinque figli: Galeazzo, Marco, Lucchino, Giovanni, Stefano. Giovanni Visconti, arcivescovo e capo del governo che morì l’anno 1353, aveva sotto di sé Milano, Lodi, Piacenza, Parma, Bologna, Cremona, Brescia, Bergamo, Como, Novara, Alessandria, Vercelli, Alba, Asti, Genova, Savona; i suoi discendenti, dunque, ereditavano una vasta signoria.  Da Stefano Visconti invece nacquero tre figli, e tra questi il terzo era Bernabò, un nome che sarebbe diventato famoso nella storia della Lombardia e dell’Italia.

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LA COSTRUZIONE DEL CASTELLO
Lo scrittore di storia Paolo Giovio, nato a Como il 1483 e morto a Firenze il 1552, scrisse nella sua opera dal titolo “Vita dei dodici Visconti” che Bernabò Visconti verso il 1350 edificò sulla riva del fiume Lambro, nella terra di Marignano, una grandissima casa simile a una forte rocca ed un ponte in mattoni. Il “receptum” costruito cento anni prima fu ampliato con lavori imponenti da Bernabò Visconti, il quale si fermò molte volte in Melegnano: basti dire che dal 1347 al 1378 da Melegnano egli spedì sessanta lettere che erano dirette ai capitani di ventura, agli amministratori milanesi, a diverse persone per ringraziamento di favori ottenuti, oppure riportavano notizie di battaglie, questioni giuridiche civili o penali, atti politici, ordini ai suoi podestà.  Le lettere partite dal castello di Melegnano, scritte da Bernabò, erano dirette ad una vasta categoria di persone residenti in diverse località che, in ordine di successione di data, furono queste: Canossa, Ungheria, Spagna, Brescia, Cremona, Parma, Verona, Padova, Ferrara, Germania, Venezia, Mirandola, Treviglio, Reggio Emilia, Bologna, Savoia, Monferrato.  Inoltre Bernabò concedeva alla sua concubina Donnina de’ Porri di vivere a lungo nel castello di Melegnano, come prova del suo amore, volendo che nel castello non le mancasse nulla.

IL CASTELLANO
Alla custodia del castello era preposto il castellano, un uomo scelto sempre fra gli ex militari di speciale competenza e che aveva reso preziosi servizi politici, soprattutto un uomo che godeva della massima fiducia e che dava prova di indiscussa fedeltà.  La nomina del castellano era sempre “ad beneplacitum” cioè secondo la sola volontà del signore visconteo, senza limiti di tempo, in modo che la stessa persona poteva essere incaricata per molti anni e talvolta anche per tutta la vita. Alla morte di un Visconti però occorreva la conferma del successore.  Il castellano aveva con sé in castello i suoi familiari più intimi che lo aiutavano, oppure alcuni dipendenti stipendiati regolarmente.  La nomina del castellano era accompagnata dal deposito di un contrassegno. Cioè, il castellano riceveva un segno caratteristico che era il sigillo o un timbro con un particolare disegno: era il segno segreto tra lui e il duca, quasi come una parola d’ordine. Soltanto a chi presentava quel segno il castellano poteva e doveva aprire il castello.  Il castellano, con sincera fedeltà e continua vigilanza, doveva tenere, custodire e governare il castello in nome del duca. Non doveva mai consegnare il castello ad alcuna persona, tranne a chi aveva documenti sicuri. Non poteva mai uscire dal castello né di giorno né di notte e non poteva introdurre mai più di due persone alla volta.  Tra i suoi doveri principali vi erano quelli di fare la guardia alle munizioni e quello di badare che nei magazzini del castello vi fossero provviste bastanti per un anno, per diverse persone, in previsione di un assedio.

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LA FINE DI GIAN GALEAZZO IN CASTELLO
Il 6 maggio 1385 Bernabò fu catturato dal nipote Gian Galeazzo e fatto rinchiudere nel castello di Trezzo dove trovò dopo poco tempo la morte; Gian Galeazzo rimase il signore incontrastato di Milano e dei suoi territori.  Questo nipote, con azioni spregiudicate, con astuzia politica, con decisione propria della sua indole, essendo padrone di vaste terre dell’Alta Italia, meditava di occupare la Toscana, probabilmente per unificare una parte dell’Italia sotto di lui. Dall’imperatore era stato riconosciuto come suo vicario; inoltre Gian Galeazzo aveva ricevuto il titolo di “duca” un titolo che porteranno tutti i suoi discendenti, e infine venne elevato a principe dell’impero, così che entro lo stemma dei Visconti fu disegnata anche l’aquila imperiale.  Mentre era in atto la conquista della Toscana, dopo che Gian Galeazzo ebbe conquistato Pisa, Siena, Perugia, Assisi, Spoleto e Lucca, preparandosi all’assalto finale contro Firenze, ecco la peste, il terribile male che non perdonava.  Gian Galeazzo cercò di fuggire dal pericolo di contagio avendo ritenuto che il clima di campagna aperta intorno a Melegnano fosse una difesa sicura. Si ritirò nel suo castello di Melegnano, ma qui si manifestarono più evidenti i segni della funesta malattia. La peste aveva colpito anche Gian Galeazzo: il 3 settembre 1402 tra le grosse mura del castello di Melegnano morì all’età di cinquantun anni il grande condottiero e con lui morirono i sogni di gloriose conquiste (Matteo Palmerio, Liber de temporibus ad annum 1402:”Galeatius Mediolanensis dux, continuans adhuc per suos duces in Florentinum Bellum, apud Marignanum mediolanensis agri oppidum moritur”).  Nel 1405 Giovanni Maria Visconti, che aveva ricevuto il titolo ducale sulla signoria di Lodi, Milano, Melegnano, Cremona, Piacenza, Bobbio, Parma, Reggio, Bergamo, Brescia, Como, Siena e Perugia, ebbe necessità di denaro e fu costretto a cedere il castello e il paese di Melegnano a Galeazzo di Grume/lo che gli aveva prestato i soldi.   Successivamente il Visconti dovette aprire il prestito pubblico per farsi dare dai cittadini milanesi quanto occorreva per ricuperare sia il castello, sia il paese.

FACINO CANE CONQUISTA IL CASTELLO
Alla morte di Gian Galeazzo i territori del ducato furono divisi tra i figli. Ma le incertezze politiche, le gelosie e i disaccordi crearono un clima di anarchia: i figli di Gian Galeazzo, assai giovani, lasciarono la reggenza del ducato alla loro madre Bianca Maria, la quale si era circondata di buoni consiglieri.  Tuttavia, sotto l’incalzare delle divisioni sociali aspre e bellicose che si erano formate nel popolo milanese diviso in partiti, infuriò la guerra civile.  Il condottiero e capitano di ventura Facino Cane approfittò del disordine per occupare Alessandria, Piacenza, Novara, Tortona e diventando conte di Biandrate. Costituitosi così un dominio molto vasto, Facino Cane si alleò con Teodoro II° del Monferrato e con Astorre e Francesco Visconti per assaltare Milano, obbligando il duca Giovanni Maria Visconti a cedergli il governo effettivo che consolidò con la presa anche di Pavia.  Il 25 maggio 1410 Facino Cane stipulò una tregua di un mese con il signore di Lodi e con il castellano di Melegnano, Filippino di Desio, che si era poco prima ribellato al duca.  Nell’ottobre Facino Cane aveva deciso di ricuperare Melegnano. I fratelli Filippino, Antonio e Maffiolo di Desio, dimoranti in castello, avevano consegnato lo stesso castello a Pandolfo Malatesta, uno dei pretendenti al dominio e che, con il possesso del castello di Melegnano, veniva ad avere una base di operazione contro Milano a poca distanza delle mura.  Il 16 ottobre fu annunciata la spedizione di Facino Cane per conquistare il castello di Melegnano. Ma la spedizione non si mosse.  Passarono tredici mesi. Soltanto nel dicembre 1411 Facino Cane scese di nuovo in campo, attaccò Melegnano, lo conquistò, e la conquista fu festeggiata a Milano il I°gennaio 1412 con festeggiamenti solenni e con luminarie.

DA FILIPPO MARIA VISCONTI ALLA REPUBBLICA AMBROSIANA
Pochi mesi dopo, Facino Cane, che aveva governato buona parte del ducato al fianco di Filippo Maria Visconti, venne a morte in Pavia. Fu una schiarita politica e amministrativa: Filippo Maria Visconti come legittimo erede si fece proclamare duca di Milano e si diede a restaurare e a consolidare il ducato.  Filippo Maria, due anni dopo, il 10 aprile 1414, concesse ai suoi parenti, in feudo, le terre di Melegnano, di Bascapè, e di Belgioioso con le frazioni circostanti. Nell’istrumento notarile si nominano le località di Calendrano, Cascine di Melegnano con la specifica delle proprietà comprendenti le case e fondi sui quali le case si trovavano, i torchi, le colombaie.   Ma è ben specificato che da tutte le proprietà concesse in feudo è escluso il castello con la frase ben chiara in latino excepto castro, che vuol dire precisamente: eccettuato il castello.  Filippo Maria Visconti morì il 13 agosto 1447 a cinquantacinque anni, ultimo duca della famiglia Visconti, non avendo avuto figli maschi.  Alla sua morte alcuni professionisti milanesi di ricche famiglie – i Bosii, i Cotta, i Lampugnani, i Moroni, i Trivulzio – crearono una nuova forma di governo per Milano: l’Aurea Repubblica Ambrosiana.  Presto affiorarono però grosse difficoltà: gravi discordie all’interno, invasione dei Veneziani fin sotto le mura di Milano. Le circostanze politiche convinsero i reggenti della Repubblica a concedere il comando militare al capitano di ventura Francesco Sforza.  Nell’armata di Francesco Sforza stava come capitano Francesco Piccinino, figlio del più famoso Jacopo. Nel suo intimo il Piccinino odiava il comandante supremo Francesco Sforza per gelosia di mestiere e per aspirazione alla carica suprema. E proprio in questo periodo il capitano Francesco Piccinino aveva la sede delle truppe in Melegnano.  Nel tentativo di organizzare lo stato di Milano, gli uomini politici tenevano segreti contatti con i Veneziani all’insaputa dello Sforza. Ma questo capitano, attento ad ogni mossa, anticipò i politici e fu lui ad entrare in trattative con i Veneziani: il suo gesto fu interpretato come un tradimento ed in tal modo gli fu tolto il comando supremo militare di Milano.  Lo Sforza reagì passando all’attacco contro Milano e i politici diventati suoi nemici.

FRANCESCO SFORZA OCCUPA IL CASTELLO
Intanto le truppe che erano nel castello di Melegnano sotto il comando del Piccinino, desiderose di mettersi in salvo ritenendo che la partita era perduta per il loro capitano, scapparono in fretta. Il castello rimase sguarnito e fu facilmente occupato dai soldati dell’Aurea Repubblica Ambrosiana: bisognava impedire a Francesco Sforza ogni movimento e rendergli la vita difficile.  Francesco Sforza era deciso e si sentiva forte. Aveva sposato la figlia di Filippo Maria Visconti, Bianca Maria, che aveva portato in dote la città di Cremona. Teneva al suo comando un robusto esercito. Tutto cioè, secondo lui, convergeva ad un dominio da occuparsi con una certa facilità e nell’insegna di una certa legittimità proprio per il fatto che sua moglie era la figlia – una figlia non legittima, ma naturale – ma sempre una figlia di Filippo Maria Visconti, quel duca che aveva riassettato il patrimonio politico e territoriale dei Visconti e che, per sua sfortuna, non aveva avuto un figlio maschio che ne fosse il legittimo erede.  A Milano aumentava il malcontento. Mancavano viveri, il pane era stato ridotto, il frumento era scomparso, serpeggiava una grande carestia.  La confusione politica creava disubbidienza e violenza. La moltitudine dei malcontenti aumentava ogni giorno.  Francesco Sforza passò all’attacco e venne a Melegnano per conquistare il castello. Il primo marzo 1449 giunse a Melegnano, subito conquistò il paese; si astenne da ogni azione di rappresaglia e trattenne i suoi soldati che volevano prendere come prigionieri uomini e giovani e punirli duramente. Le donne con i loro figli stavano in castello dove si trovavano molti soldati della repubblica milanese per la difesa. Uno storico contemporaneo ci ha lasciato la descrizione degli avvenimenti con il testo in latino che noi qui traduciamo:   Le donne con i figli si erano rifugiate nel castello, e poiché il castello era difeso da un forte gruppo di soldati milanesi, Francesco Sforza colpì il castello con le macchine da guerra che aveva fatto venire sollecitamente da Pavia; e continuò a colpire fino a quando due torri furono abbattute al suolo, e le mura che correvano tra le torri furono rovinate e abbattute, e sebbene la profondità della fossa riempita con l’acqua del Lambro rendesse molto sicuro il castello contro lo sforzo dei nostri, tuttavia, dopo il sesto giorno da quando il castello incominciò ad essere colpito, si arrivò ad alcune condizioni con coloro che erano a capo della custodia del castello” (Johannis Simonetae, Rerum gestarum Francisci Sfortiae Mediolanensium ducis commentarii, “Franciscus interim his rebus cognitis, non amplius sibi cunctandum ratus quo Melenianum quamprimum recuperet, exercitum omnem contraxerat; est enim id oppidum et ad bellum, si opus fuerit, producendum et ad Mediolanensibus nocendum aptissimum ac maxime opportunum. Eo ubi perventum est, primo impetu oppidum capitur eaque usus misericordia, quae semper consuevit, oppidanos a militum saevitia ac potestate servavit, nam mulieres una cum liberis in arcem confugerant, quam ipsam, quoniam valido mediolanensi praesidio tenebatur, iis tormentis aggressus, quae e Papiae nuper devehi jusserat, non prius ab opere destitit quam turres duae solo aequatae ac muri, qui turres intercederent, diruti prostratique sunt, et quamquam altititudo fossae, Lambri oppletae aqua, arcem a vi nostrorum tutam admodum reddebat, tamen post diem sextum, ex quo ea primo oppugnari coepta est, in hanc deditionis conditionem cum arcis praefectis deventum est”).

BIANCA MARIA VISCONTI FINISCE I SUOI GIORNI
Bianca Maria, figlia naturale di Filippo Maria Visconti duca di Milano, era nata a Settimo Pavese nel 1425 da Agnese del Maino; nel 1441 all’età di sedici anni fu presentata al condottiero Francesco Sforza, ma il matrimonio legittimo era già avvenuto nel 1432. Bianca Maria portava in dote Cremona e Pontremoli.  Il duca suo marito Francesco Sforza morì improvvisamente l’8 marzo 1466. Fu allora che Bianca Maria dovette reggere il ducato in nome del giovane figlio Galeazzo Maria, dimostrando di essere una donna di buone capacità amministrative.  Gli altri suoi figli furono Ascanio, Ippolita, Filippo Maria, Ludovico il Moro, Ottaviano.  Bianca Maria resse il ducato fino a quando lo consegnò al figlio ventenne Galeazzo Maria. Ma presto avvennero forti contrasti tra Bianca Maria e la moglie del duca, Bona di Savoia, fino ad una aperta guerra familiare, anche perchè la madre Bianca Maria era invadente negli affari del governo, e la moglie da parte sua aveva dichiarato che non intendeva fare la serva e la schiavetta. L’unica cosa da fare era quella di allontanare fisicamente la madre e mandarla a Cremona. E così avvenne.  Bianca Maria la mattina del 22 ottobre 1468 montò sul dorso di una mula; in compagnia di una decina di lancieri e di un piccolo seguito di servitori e di donne di compagnia imboccò la Via Emilia per recarsi a Cremona passando per Piacenza. Bianca Maria partì prestissimo all’alba: nel cortile non c’era nessuno per salutarla perchè tutti avevano paura delle ire della nuora Bona.  Il viaggio si svolse tranquillamente sulla pacifica Via Emilia tra il verde e il lavoro dei contadini. L’arrivo a Melegnano avvenne nel primo pomeriggio. Era la prima tappa, ma fu l’ultima.  Durante la notte in castello successe uno scompiglio: la duchessa stava male, era stata colpita da atroci dolori e si era subito compreso che le sue condizioni apparivano disperate.  Gli uomini del suo seguito partirono in fretta verso Milano al galoppo per cercarvi un medico e un sacerdote. Ma era la fine.   Accorsero a Melegnano molti frati che erano stati beneficati dalla duchessa. La duchessa morì il 23 ottobre 1468 all’età di 43 anni. Qualcuno insinuò che la duchessa fosse stata avvelenata.

Qualcuno insinuò che la duchessa fosse stata avvelenata…

I SOPRALLUOGHI

Le nostre indagini partono proprio da qui…
Una morte inspiegabile e non documentata, una presunta camera da letto che nasconde dei rumori che non danno spiegazioni.
Nella fotografia sottostante lo staff si trova nella stanza che ad oggi prende il nome di ” Sala delle Stagioni ” in cui si sono verificate le anomalie.
In base a degli studi effettuati nel corso degli anni da architetti e archeologi si è scoperto che questo locale precedentemente creduto una sala da pranzo in reltà era una camera da letto.

Non vi è alcuna fonte che possa attestare che la Duchessa BIANCA MARIA VISCONTI vi soggiornasse nelle ore notturne ne tanto meno si può affermare che vi morì al suo interno ma, dai nostri studi che sono stati effettuati nel maniero simbolo della città e suddivisi in 3 notturne di 12 ore ciascuna,abbiamo individuato delle
” anomalie ” proprio all’ interno di questa sala.
Ci siamo infatti accorti ( su segnalazione dei nostri microfoni dislocati nei vari anfratti ) che in questo locale solo quando al suo interno non vi è nessuno ma soprattutto anche quando nel corpo centrale della struttura non risultano presenze fisiche al suo interno si registrano dei forti colpi provenire dalla stanza.
All’ interno della stessa monitorata da telecamere Ir vi erano anche dei rilevatori volumetrici che ci avrebbero aiutato a capire se qualcuno o qualcosa avesse potuto ricreare volutamente questo fenomeno raggirando la nostra buona fede.
Così non è stato e le registrazioni hanno evidenziato due fenomeni di diversa specie.
Il primo interessa le frequenze più basse e nello specifico si ascoltano dei ripetuti colpi che sembrano provenire da stanze adiacenti o dal sottotetto.
La particolarità dei suoni nello specifico è data non solo dalle basse frequenze e dall’ importanza notevole del tonfo che viene ricreato ma da una particolare caratteristica che sembra ricondurre a delle vibrazioni molto sostenute, come se i microfoni registrassero un audio durante una scossa tellurica.


Il secondo fenomeno che definiamo molto curioso e ad oggi davvero ispiegabile è dato da dei rumori molto più nitidi e distinti.
Infatti nelle varie registrazioni effettuate si ascoltano dei colpi talvolta di forte entità che riproducono un quasi ” tintinnio ”
che a volte diventa anche un tonfo metallico molto pronunciato.

Il nostro operato, appena scoperto il suono non definito proveniente dalla stanza è stato quello di riprodurre il suono stesso colpendo alcuni dei pochi oggetti all’ interno del locale.

Abbiamo quindi escluso l’ espositore metallico che poteva ricondurci all’ anomalia in quanto il suono che viene riprodotto in caso di percussione non era quello incriminato.
Abbiamo anche effettuato dei test sulla copertura in ferro che chiude la ” bocca ” del camino che si trova all’ interno della stanza che produrrebbe un suono molto più cupo e pesante in caso di percussione.
Il file è in analisi presso il nostro Ingegnere del Suono Giuseppe Acunzo laureato presso l’ Università della Musica di Roma che farà uno studio forense delle immagini audio per risalire ad un eventuale spiegazione razionale.
All’ interno della sala delle stagioni abbiamo passato circa 45 min in totale silenzio per assistere ad un fenomeno similare che con nostra estrema sorpresa non si è verificato.

La casa dei ” Matti “

Riportiamo di seguito l’ articolo scritto dalla nostra socia Eva Rebecchi che ha partecipato in data 07 Luglio al sopralluogo/intervento IdP all’ Interno dell’ Ex Ospedale Psichiatrico di Colorno.

 

“L’ex ospedale psichiatrico di Colorno inizia la sua vita nell’anno 1873, quando, in seguito ad un’epidemia di colera, l’Amministrazione  decise di trasferire gli ammalati nei locali dell’ex palazzo ducale e dell’ex convento di San Domenico. Avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea, ma divenne invece definitiva fino alla sua chiusura.

Gli ospiti della struttura erano in parte malati psichiatrici, ma anche prostitute, alcoolisti, vagabondi, malati di Alzheimer e anche i cosiddetti “scemi di guerra”, quei soldati che in seguito alle atrocità belliche riportarono danni psicologici.

Alcuni entravano nell’ospedale da bambini, per restarci fino alla morte. Qui non c’erano diritti, c’era solo un muro che isolava il malato dal resto del mondo. Nessuna corrispondenza entrava ed usciva, non esisteva più alcuna famiglia, alcun lavoro, alcun rapporto col mondo esterno.

Gli infermieri venivano assunti non in base alla loro professionalità, ma in base alla loro prestanza fisica, in quanto l’uso delle camicie di forza e dell’elettroshock erano gli strumenti di cura più usati per queste persone che non erano nemmeno più considerate tali.

Queste condizioni portarono, nell’anno 1969, un gruppo di universitari ad occupare per ben 35 giorni l’ospedale psichiatrico. L’Italia così fu finalmente informata delle condizioni dello stesso, fino a trovare in Basaglia il sostenitore di nuovi mezzi di cura più adatti a rispettare la dignità e la libertà dei degenti. Nel 1978  il noto psichiatra diede il via alla riforma che impose la chiusura dei manicomi

Arrivando da Parma si attraversano paesini con Castelli, Chiese ed Abbazie, che si notano per il loro  ordine, la loro magnificenza. Finché non si arriva all’ex Ospedale psichiatrico di Colorno, un’ edificio     quasi nascosto nel paese, per isolare la

parte “malata” da quella “sana”, quasi a non voler inquinare con immagini di persone disturbate la tranquillità degli altri, i cosiddetti “normali”.

Entrando, si nota la presenza discreta di alcuni ospiti di quelle ale ancora funzionanti… lo sguardo schivo ma estremamente presente, la testa bassa, quasi a vergognarsi del loro stato, il passo svelto, per non disturbare eventuali visitatori.

All’ingresso un portone fatiscente, legato da una lunga catena chiusa da un lucchetto. Di fianco una baracca costruita da quegli ammalati ancora presenti, che cercano nei gatti un affetto che forse non hanno mai trovato nella loro vita. I gatti non fanno distinzione tra ammalati e sani, fanno le fusa a chiunque e corrono loro incontro quando si sentono chiamati per nome: Charlie, Minou, Charlotte… Ogni gatto ha un nome, ogni gatto si distingue dall’altro, non sono semplicemente animali…

Entrando, l’odore di urina animale e forse umana colpisce le narici e lo stomaco, ma gli occhi vogliono vedere. Si percepisce forte un’energia di dolore, un’energia che quasi ti schiaccia. Le mura sono intrise di questa energia. I pavimenti coperti di vetri rotti, escrementi animali ed umani.

E’ enorme questo posto, all’ingresso una vetrata colorata fa passare i raggi del sole, l’unica vetrata senza sbarre, l’unica…

Qui si può camminare per ore sentendosi isolati dal resto nel mondo, gli occhi sempre più spalancati, incontrando nei lunghi corridoi sedie a rotelle e deambulatori, il puntale di un albero di Natale appoggiato al davanzale di una finestra, una piccola carrozzina da neonato, un lettino con le sbarre di legno.

Oggetti di vita comune in un luogo dove la vita si è fermata.

Ma i luoghi più densi di angoscia sono le camere, piccole camere con sbarre alle finestre, chiuse da inquietanti porte rosse, dotate di una finestrella trasparente, che forse serviva a vedere se i pazienti erano ancora vivi… Le pareti in alcuni punti sono state bucate e dai buchi fuoriesce una sostanza lanosa, filamentosa, con la quale venivano insonorizzate per non far sentire le urla o le richieste di aiuto.

In questo posto il tempo pare essersi fermato a tanti anni fa, quando ancora era popolato, quando ancora la libertà era un miraggio. Indumenti nuovi fuoriescono dagli armadi, vecchie mantelle ordinate in mezzo al corridoio e documenti ovunque, con quei nomi che verrebbe voglia di carezzare per regalare loro almeno ora quel calore che non hanno mai avuto, quell’identità perduta nell’oblio.”

 

REPORT

 

NON SONO STATE RISCONTRATE ANOMALIE DI NATURA PARANORMALE